Chiusura sede

A seguito del DPCM dell’8 marzo 2020, relativo alle misure per il contrasto e il contenimento sull’intero territorio nazionale del virus Covid-19, la Fondazione Carlo Levi rimarrà chiusa al pubblico fino a nuove disposizioni.

Restiamo a disposizione via mail all’indirizzo carlolevifondazione@gmail.com

Sospensione Ciclo di incontri – mostra Carlo Levi e l’arte della politica

A seguito dei decreti emanati per la crisi sanitaria in corso le attività dei musei, degli istituti e dei luoghi della cultura sono sospese su tutto il territorio nazionale.

Pertanto l’incontro del 18 marzo 2020 è sospeso 

 

 

CICLO DI INCONTRI

 4 febbraio 2020 h. 16,30

La figura di Aldo Garosci e “L’Italia Socialista”

Presentazione del libro Aldo Garosci. Anni di Torino, anni di Parigi, Nuova Editrice Berti, con la curatrice Mariolina Bertini.

A seguire intervento dello storico prof. Gianluca Fiocco “Sfide e speranze del dopoguerra: un viaggio nell’Italia dell’Orologio

 

4 marzo 2020 h. 16,30

Conversazione sull’Orologio con lo scrittore e critico Filippo La Porta


18 marzo 2020 h. 16,30

Senza pietre, 11 poeti per Carlo Levi.

Reading di poesie tratte del libro Senza pietre a cura di Michela Zanarella

Giornata della Memoria – 27 gennaio 2020

Per celebrare la Giornata della Memoria 2020 
la Fondazione Carlo Levi propone la rilettura di un testo poco noto dell’autore
 
Razzismo e idolatria statale   
 
Lo scritto riguarda il rapporto fra crisi dello Stato, razzismo e nazismo scritto nel settembre del 1944, 
diversi mesi prima che le armate sovietiche sfondassero i cancelli di Auschwitz spalancando
al mondo l’orrore della Shoah nazifascista. 

Razzismo e idolatria statale
Si è tanto parlato, in tempo fascista, sui giornali, sulle riviste e sui muri, del cosiddetto problema della razza, e quelle parole si sono accompagnate ad azioni così feroci e così profondamente offensive del senso civile degli italiani, che l’improvviso silenzio sull’argomento viene accolto, in generale, con sollievo. E’ una vergogna di cui tutti preferiscono dimenticarsi, una volta che i nostri concittadini perseguitati abbiano ritrovato il loro posto nella libera comunità del nostro popolo.
Se le leggi e le persecuzioni razziali fossero state un episodio occasionale nella lunga storia dei misfatti fascisti il silenzio sarebbe giustificato. Se le rovine causate da queste leggi riguardassero soltanto coloro che ne furono colpiti, non avremmo da far altro che abolirle, cercando di sanare per quanto è possibile, con spirito di fraterna solidarietà, i danni e i lutti dei perseguitati.
Il silenzio sarebbe giustificato se si trattasse di riprendere, per contestarla, la polemica fascista sulle colpe o sui meriti degli ebrei di fronte al regime. Basterebbe dire che gli ebrei italiani sono italiani come gli altri, e che essi devono tornare a essere, tutti, cittadini di pieno diritto. Compiuta questa elementare opera di giustizia, restituito ad essi il mal tolto, essi saranno, senza differenziazione, una parte viva del popolo, da cui non avrebbero mai dovuto essere artificiosamente strappati. Soltanto allora si potranno fare le giuste distinzioni individuali; e quei molti che ne sono capaci porteranno individualmente, come tutti gli italiani degni, il loro contributo all’opera di rinnovamento nazionale; e quegli altri che, prima delle leggi razziali, si fossero macchiati di colpe fasciste saranno soggetti, come tutti gli italiani indegni, al giudizio popolare.
Ma la politica razziale non fu un episodio occasionale, e le sue presenti rovine hanno travolto non i soli perseguitati, ma la vita intera del nostro paese. Poiché il razzismo è la base stessa del nazismo, un suo momento necessario, un suo sinonimo; e non potremo dirci veramente liberati dall’ombra funesta del fascismo fino a che non avremo spazzato dalle nostre anime e dai nostri costumi fin l’ultimo ricordo della distinzione razziale. Il problema coinvolge tutta la nostra civiltà, e non deve, oggi, esser taciuto, né ridotto a una semplice questione di giustizia e di rivendicazione.
Lo Stato è libertà. È libertà non soltanto nel suo significato negativo, le libertà particolari, ma nel suo senso positivo, di attività continuamente creatrice. Lo Stato, che è libertà, è in ciascuno di noi, come infinita capacità di rapporti; è nel popolo intero, dove ogni elemento vive soltanto come partecipe della vita del tutto. Questa unità individuale, questa unità collettiva sono due aspetti necessari della libertà, senza di cui non esiste Stato, almeno come noi, dopo due millenni di civiltà cristiana, possiamo concepirlo. Lo Stato è in ciascun uomo, nella sua intera umanità. Lo Stato e nella unità del popolo; e ogni amputazione di questa unità sopprime, di fatto, l’esistenza dello Stato. Dove esiste schiavitù non esiste lo Stato, ma soltanto una organizzazione tirannica; poiché lo Stato non può essere qualcosa di superiore e di trascendentale agli uomini, ma qualcosa che sta in loro, che è la sostanza stessa della loro vita.
Il nazismo (e il fascismo, suo corrotto e compromesso equivalente nostrano) fu uno scoppio di forze irrazionali, in un mondo troppo meccanizzato. Il suo motivo fondamentale fu la paura elementare, la paura dell’uomo, che è nell’uomo, la paura della libertà. Dopo un secolo di «progresso», una stanchezza mortale si impadronì degli uomini; e una guerra mondiale li mise, impreparati, a contatto col perduto, oscuro mondo del sangue e della morte. La libertà parve realmente ritrarsi dalla vita europea, imbarbarita o isterilita. Il concetto di popolo, che è
infinita differenziazione creativa, si mutò in quello di massa, che è primitiva indistinzione passiva. Lo Stato si fece Stato di massa, vale a dire rinnegò la propria esistenza; si fece totalitario, cioè si staccò dagli uomini, e non tollerò la persona umana.
Quando l’uomo è ridotto a massa bruta e amorfa, quando è spenta la libertà, non vi è posto per lo Stato. Esso perse ogni esistenza reale, e divenne un idolo mostruoso, il vitello d’oro a cui ci si rivolge adorando quando si è stanchi o ribelli alla legge e allo spirito.
Perché questo avvenisse, perché la persona diventasse massa e lo Stato idolo, era necessario spezzare l’unità dell’uomo, instaurare la schiavitù. Nessun idolo vive se non è nutrito di sacrifici, adatti alla sua particolare natura. A questo atroce idolo statale doveva essere sacrificato il popolo, nella sua vivente unità: il popolo doveva essere scisso, e una sua parte doveva essere recisa. Gli ebrei furono le vittime necessarie di questa bestiale divinità, dello Stato totalitario.
Perché proprio gli ebrei? Molte sono le cause della loro designazione: economiche, sociali, istintive e tradizionali, riunite in uno straordinariamente virulento complesso di inferiorità da parte dei persecutori nazisti. Ma il motivo essenziale è nella natura della religione nazista. Scomparso il valore della persona e il senso della libertà, ridotti gli uomini a un gregge di schiavi in preda a un primitivo terrore, nasce il mito del sangue. E l’antico legame della tribù, l’unica vita comune della massa non ancora umana. Perciò lo Stato totalitario doveva essere, necessariamente, Stato razziale: la distinzione da crearsi nel popolo, onde distruggerlo come tale, doveva essere una distinzione razziale: le vittime designate dovevano essere gli ebrei.
Vittime designate e simboliche del trionfo dell’idolo. Tutto il mondo irrazionale, sotterraneo, magico del nazismo è un mondo simbolico: Hitler comprese appieno la potenza reale dei simboli. Il sacrificio degli ebrei era sacrificio simbolico, era un rito. Perciò i nazisti se ne servirono come l’elemento essenziale della loro battaglia, lo attuarono con una ferocia incomprensibile agli spiriti razionali, lo chiesero come prima condizione di ogni alleanza a tutti i paesi attratti nella loro orbita, lo imposero come prima misura in tutti i paesi conquistati. Essi avevano fede nel potere dei simboli. sapevano che l’osservanza del rito crea la religione. Dove appariva l’antisemitismo, là sarebbe stata distrutta la libertà e l’unità del popolo, là non sarebbe esistito più lo Stato, là si farebbe instaurata la schiavitù, e avrebbe infine trionfato, rude rovine della vita, lo Stato totalitario nazista.
Queste considerazioni qui esposte sommariamente, e più ampiamente svolte in un libro in corso di stampa dal titolo Paura della libertà, potevano parere forse, qualche anno fa, eccessive o unilaterali: ora abbiamo tutti provato, fra le stragi e le rovine, il loro concreto significato.
In Germania, l’idolatria razzista non trovò argini nella tradizione di un popolo gregario e smisurato, e realizzò completamente e forse senza possibilità di ritorno, la sua distruzione. Da noi essa stentò a insediarsi, per l’opposizione naturale di un popolo di antica civiltà, e fu definitivamente imposta, insieme al passo dell’oca e altri riti statali, per segnare il decretato asservimento dell’Italia. Ora il fascismo è caduto, e la barbara costruzione nazista sta crollando, e Hitler forse oggi pensa con terrore alla vendetta del geloso Iddio del Vecchio Testamento, per cui il solo peccato è il peccato contro lo spirito, e lo spirito è l’uomo stesso nella sua unità. Qui, davvero non vi può essere distinzione di Giudeo e di Greco, come dice l’Apostolo.
La prova è stata troppo dura per essere dimenticata. I simboli contano, e noi ora sappiamo che dove appare il razzismo là prende forma l’idolatria statale
nazista, e viceversa. Un qualsiasi accenno alla distinzione razziale è un segno di pericolo, un campanello di allarme. E non dobbiamo essere sordi.
Noi stiamo oggi lavorando alla creazione del nuovo Stato, che deve essere Stato di libertà, dove ogni forza autonoma possa avere il suo sviluppo. Per questa nostra rivoluzione costruttiva è necessaria l’unità civile del popolo italiano.
L’affermazione di questa non scindibile unità, il rifiuto assoluto di ogni distinzione razziale sono una delle basi essenziali senza cui non può essere costruito il nuovo Stato. La carta istituzionale che metterà il sigillo giuridico alla rivoluzione dovrà affermare solennemente questa verità, che equivale, per il popolo italiano, ad affermare la volontà di essere libero.

(Carlo Levi) pubblicato non firmato in «La Nazione del popolo» 18-19 settembre 1944

Carlo Levi e l’arte della politica. Dipinti e opere pittoriche

Il Casino dei Principi di Villa Torlonia ospita dal 29 novembre 2019 al 22 marzo 2020 la mostra “Carlo Levi e l’Arte della politica. Disegni e opere pittoriche”, nata su iniziativa del Centro Carlo Levi di Matera e in associazione con la Fondazione Carlo Levi.

L’esposizione, che presenta 58 disegni politici e 46 opere pittoriche, è a cura di Lorenzo Rota, Mauro Vincenzo Fontana (Centro Carlo Levi di Matera) e di Daniela Fonti, Antonella Lavorgna (Fondazione Carlo Levi), in collaborazione con Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Polo Museale della Basilicata – Museo di Palazzo Lanfranchi.

 

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

 

L’esposizione scaturisce dalla presa d’atto che nella multiforme ricostruzione delle diverse modalità di espressione artistica della poliedrica personalità di Carlo Levi (dalla letteratura alla poesia, dalla pittura al disegno), operata dalla storiografia artistica letteraria e politica negli oltre quattro decenni che sono trascorsi dalla sua morte, mancava un tassello: quello della riflessione sistematica sulla sua ‘grafica politica’, che si è per gran parte realizzata a cavallo degli anni 1947-1948, sulle pagine del quotidiano “L’Italia Socialista” diretto da Aldo Garosci.
I 58 disegni politici in mostra, raccontano in forma artistica sintetica ed iro­nica la stagione politica di formazione dell’Italia Repubblicana e registrano il passaggio cruciale che porterà, dal 1949, alcuni protagonisti di quella sta­gione (Olivetti in primis) all’impegno nella “politica del fare”.

Una seconda sezione della mostra verte su un nucleo di 46 opere pittoriche dell’artista (nella maggior parte di proprietà della Fondazione Carlo Levi, con alcuni prestiti inediti di collezioni private) riferibili al periodo cronologico 1932-1973. Queste opere integrano lo scorrere delle vicende storiche toccate dal giornale e dalle vignette, segnalando di volta in volta affinità stilistiche, riprese tematiche, ma assai più spesso l’assoluta originalità e autonomia del Levi illustratore satirico rispetto all’artista o all’autore di Cristo si è fermato a Eboli o del romanzo L’orologio, uscito nel 1950.

 

INFO

Carlo Levi e l’Arte della politica. Disegni e opere pittoriche   
Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi – Via Nomentana, 70 – Roma

dal  29 novembre 2019 al  22 marzo 2020

 

Orari : da martedì a domenica ore 9.00-19.00
Giorni di chiusura: lunedì
24 e 31 dicembre ore 9.00-14.00
La biglietteria chiude 45 minuti prima

 

Convegno Carlo Levi e la crisi della civiltà. Riflessioni su Paura della libertà

Carlo Levi e la crisi della civiltà,
Riflessioni attorno a Paura della Libertà
26-27  novembre 2019
Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna della Basilicata Palazzo Lanfranchi
Piazzetta Pascoli Matera (MT)

 

Le regressioni che portarono le società di massa a sottomettersi a regimi totalitari sono l’argomento di Paura della libertà, il primo libro scritto da Carlo Levi, esule in Francia nell’imminenza della seconda guerra mondiale. Ma quelle tendenze sembrano di nuovo attive ai nostri giorni. Scritto settanta anni fa, il testo si presenta ora attuale e insieme ricco di prospettive per il futuro.

PROGRAMMA della prima giornata:

h 15:00 Saluti istituzionali

Stefano Levi Della Torre

Luca Beltrami

Marcella Marmo Università di Napoli “Federico II”

Silvia Valentini

 
PROGRAMMA della seconda giornata:

h 10:30

Giacomo Corazzol

Alberto Cavaglion

Maria Cristina Barducci

h 15:00

Girolamo Imbruglia

Filippo La Porta

Mario Manfredi

Giuseppe Mininni

h 18:30 Conclusioni: Stefano Levi Della Torre

 

h.20:45

Proiezione del film-  documentario “Lucus a Lucendo.  A proposito di Carlo Levi”

Carlo Levi L’ARTE DELLA POLITICA Disegni (1947–1948)

La mostra Carlo Levi L’ARTE DELLA POLITICA. Disegni (1947 – 1948) nasce su iniziativa del Centro Carlo Levi di Matera, per mantenere vivo il messaggio leviano nell’anno di Matera Capitale Europea della Cultura.

 

I DISEGNI POLITICI realizzati da Carlo Levi tra il 1947-1948 per il quotidiano “L’Italia Sociali­sta”, costituisconono un segmento del lascito levia­no alla città, insieme al telero di “Italia ’61” ed alla collezione di dipinti ed opere grafiche custodite nel Museo di Palazzo Lanfranchi.

Essi raccontano in forma artistica sintetica ed iro­nica la stagione politica di formazione dell’Italia Repubblicana; e registrano il passaggio cruciale che porterà, dal 1949, alcuni protagonisti di quella sta­gione (Olivetti in primis) all’impegno nella “politica del fare”, che proprio a Matera vedrà significativi risultati.

La mostra mette in luce pertanto un particolare tas­sello della vicenda di riscatto della città dei Sassi e, con il suo catalogo, si propone di dare un contribu­to alla valutazione critica complessiva della grafica politica di Levi, collocata nell’ambito della sua am­pia produzione artistica, e della grafica italiana a lui contemporanea.

 

Inaugurazione mostra: mercoledì 28 agosto ore 18.30 Palazzo Lanfranchi –  Matera

 

Sede: Centro Carlo Levi, Palazzo Lanfranchi- Matera

Periodo: 28 agosto – 31 ottobre 2019

Orari apertura: lunedì – sabato 10:00 – 13:00 / 16:00 – 19:00

Convegno Carlo Levi e i libri di confine della letteratura italiana, Roma – 6 maggio 2019

CONVEGNO
Carlo Levi e i libri di confine della letteratura italiana
Dalla Crestomazia di Leopardi al Cristo si è fermato a Eboli
la prosa non romanzesca nella nostra tradizione:
prosa morale, civile, autobiografica, diaristica, giornalistica

6 maggio 2019

Accademia Nazionale di San Luca
Palazzo Carpegna
piazza dell’Accademia di San Luca 77, Roma

 

Uno dei libri centrali del ‘900 italiano è il Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato a metà del secolo, autentica rivelazione per la cultura italiana uscita dalla guerra e dal fascismo, “brillante rapporto sull’arcaicissima vita della Lucania in una cui borgata era stato mandato al confino di polizia dal regime fascista”(Gianfranco Contini). Si riferiva infatti all’esperienza del confino politico a Gagliano (Aliano), per la sua attività cospirativa antifascista in Giustizia e Libertà, nel 1935-1936.

Un libro inclassificabile, che non si può ridurre solo al “brillante rapporto”, tanto che lo stesso Contini nella sua storia letteraria parla di incontro fra antropologia culturale e “una poesia controllata dall’intelligenza”.

Un libro scritto in una lingua personalissima, lirico-documentaria, memore della prosa d’arte degli anni ’20, e che si muove felicemente al confine tra i generi letterari diversi, riassumendoli tutti: romanzo, memoir, saggio politico, studio antropologico e etnologico, diario, reportage narrativo. Un libro molto amato negli Stati Uniti (recensendolo sul “New York Times” nel 1947 Paolo Milano lo definì tra l’altro “album di sketches”) e in India (considerato un modello dalla scrittrice Anita Desai). In esso confluiscono componenti opposte della cultura di Levi: il razionalismo illuministico di matrice gobettiana e l’attrazione per Jung e per gli aspetti “irrazionali” delle culture arcaico-contadine (che non possono essere del tutto esclusi da una idea di modernità!).

Accanto allo stile militante di Vittorini e agli scritti di Gramsci “il Cristo può essere considerato come la proposta e l’esempio migliore di una nuova prosa italiana”(Alfonso Berardinelli). Ed è significativo che non si tratti di un romanzo ma di una configurazione della prosa che in Italia si riallaccia ad altre tradizioni e ad altri filoni letterari.

Del libro sono chiamati a parlare critici, scrittori, studiosi come da seguente programma:

ore 10,15

Saluti istituzionali

Francesco Moschini, Segretario Generale Accademia Nazionale di San Luca

Daniela Fonti , Presidente Fondazione Carlo Levi

Apertura dei lavori

ore 10,30 – 12:

Filippo La Porta

Levi e Gadda: due sperimentalismi diversi e affini

Gilda Policastro

Dappertutto è paese: confino e confini in Levi, Pavese e attardati epigoni

Franco Arminio

Prossimità e distanza. Il racconto di un paese: Aliano

Andrea Di Consoli

Carlo Levi, lo sguardo fraterno di un forestiero

Discussione

ore 15-16:

Antonio Pascale

Un volto che ci somiglia? Carlo Levi tra ideale e reale

Marcella Marmo

Le qualità del “genere confuso”. La scrittura confinaria del Cristo tra storia e antropologia, tensioni esistenziali e genio letterario

ore 16,30-17,30

Matteo Marchesini

Il negativo del mito. Levi e la piccola borghesia

Massimo Arcangeli

Cristo si è fermato a Eboli. L’incipit come epifania del limes

Discussione

 

Organizzazione

Fondazione Carlo Levi, Via Ancona 21, 00197 Roma

tel. 0644230740
mail: carlolevifondazione@gmail.com

Carlo Levi, pittore e scrittore da Parigi a Matera – Esposizione presso Istituto italiano di cultura di Parigi

Carlo Levi

pittore e scrittore da Parigi a Matera

Inaugurazione il 2 aprile alle ore 19

Esposizione dal 3 aprile al 7 maggio 2019
In collaborazione con la Fondazione Carlo Levi e l’Archivio Mario Carbone
all’interno del Festival de littérature & culture italiennes ITALISSIMO

“A Levi tutto è esaudito, tutto corrisponde; era un dottore, è uno scrittore e un artista

per lo stesso motivo: il suo immenso rispetto per la vita;

ed è proprio questo rispetto che è all’origine

il suo impegno politico e la fonte della sua arte “.

Jean-Paul Sartre, “The universal singular”

 

Carlo Levi (1902-1975) non è solo l’autore del celebre romanzo Cristo si è fermato a Eboli o l’intellettuale antifascista che Sartre e Beauvoir non mancavano mai di visitare durante i loro numerosi viaggi in Italia. Fin dalla sua nascita, Carlo Levi ha principalmente pensato e vissuto come pittore nel dialogo, specialmente, con gli ambienti artistici francesi. A partire dal 1925, Levi ha ampiamente e ripetutamente soggiornato in Francia, soprattutto per motivi politici legati alla sua attività anti-fascista dopo il 1939. I contatti con l’ambiente intellettuale parigino ha profondamente influenzato la sua sensibilità artistica.

La mostra Carlo Levi, pittore e scrittore da Parigi a Matera presenta una trentina di dipinti realizzati tra il 1920 e il 1950 e riflette la forza delle relazioni che l’artista ha avuto con la Francia. Ritratti di amici o contadini intellettuali raccontano, con l’espressività dello stile di Levi, la storia dell’Italia dell’epoca. Per quanto riguarda i paesaggi di Parigi o della Basilicata, sono toccanti e umani come se fossero ritratti.

La mostra è completata da 20 fotografie di Mario Carbone (nato a Cosenza, in Calabria, 1924), che ha seguito Levi durante il viaggio in Basilicata, e documenti che testimoniano l’attività artistica di Levi (lettere, fotografie copertine delle prime edizioni dei suoi libri, cataloghi e opuscoli delle sue mostre).

 

3 aprile – 7 maggio 2019

Institut Culturel Italien, 50 rue de Varenne, 75007 Paris
dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18 e la sera durante gli eventi

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