Per celebrare la Giornata della Memoria 2020 
la Fondazione Carlo Levi propone la rilettura di un testo poco noto dell’autore
 
Razzismo e idolatria statale   
 
Lo scritto riguarda il rapporto fra crisi dello Stato, razzismo e nazismo scritto nel settembre del 1944, 
diversi mesi prima che le armate sovietiche sfondassero i cancelli di Auschwitz spalancando
al mondo l’orrore della Shoah nazifascista. 

Razzismo e idolatria statale
Si è tanto parlato, in tempo fascista, sui giornali, sulle riviste e sui muri, del cosiddetto problema della razza, e quelle parole si sono accompagnate ad azioni così feroci e così profondamente offensive del senso civile degli italiani, che l’improvviso silenzio sull’argomento viene accolto, in generale, con sollievo. E’ una vergogna di cui tutti preferiscono dimenticarsi, una volta che i nostri concittadini perseguitati abbiano ritrovato il loro posto nella libera comunità del nostro popolo.
Se le leggi e le persecuzioni razziali fossero state un episodio occasionale nella lunga storia dei misfatti fascisti il silenzio sarebbe giustificato. Se le rovine causate da queste leggi riguardassero soltanto coloro che ne furono colpiti, non avremmo da far altro che abolirle, cercando di sanare per quanto è possibile, con spirito di fraterna solidarietà, i danni e i lutti dei perseguitati.
Il silenzio sarebbe giustificato se si trattasse di riprendere, per contestarla, la polemica fascista sulle colpe o sui meriti degli ebrei di fronte al regime. Basterebbe dire che gli ebrei italiani sono italiani come gli altri, e che essi devono tornare a essere, tutti, cittadini di pieno diritto. Compiuta questa elementare opera di giustizia, restituito ad essi il mal tolto, essi saranno, senza differenziazione, una parte viva del popolo, da cui non avrebbero mai dovuto essere artificiosamente strappati. Soltanto allora si potranno fare le giuste distinzioni individuali; e quei molti che ne sono capaci porteranno individualmente, come tutti gli italiani degni, il loro contributo all’opera di rinnovamento nazionale; e quegli altri che, prima delle leggi razziali, si fossero macchiati di colpe fasciste saranno soggetti, come tutti gli italiani indegni, al giudizio popolare.
Ma la politica razziale non fu un episodio occasionale, e le sue presenti rovine hanno travolto non i soli perseguitati, ma la vita intera del nostro paese. Poiché il razzismo è la base stessa del nazismo, un suo momento necessario, un suo sinonimo; e non potremo dirci veramente liberati dall’ombra funesta del fascismo fino a che non avremo spazzato dalle nostre anime e dai nostri costumi fin l’ultimo ricordo della distinzione razziale. Il problema coinvolge tutta la nostra civiltà, e non deve, oggi, esser taciuto, né ridotto a una semplice questione di giustizia e di rivendicazione.
Lo Stato è libertà. È libertà non soltanto nel suo significato negativo, le libertà particolari, ma nel suo senso positivo, di attività continuamente creatrice. Lo Stato, che è libertà, è in ciascuno di noi, come infinita capacità di rapporti; è nel popolo intero, dove ogni elemento vive soltanto come partecipe della vita del tutto. Questa unità individuale, questa unità collettiva sono due aspetti necessari della libertà, senza di cui non esiste Stato, almeno come noi, dopo due millenni di civiltà cristiana, possiamo concepirlo. Lo Stato è in ciascun uomo, nella sua intera umanità. Lo Stato e nella unità del popolo; e ogni amputazione di questa unità sopprime, di fatto, l’esistenza dello Stato. Dove esiste schiavitù non esiste lo Stato, ma soltanto una organizzazione tirannica; poiché lo Stato non può essere qualcosa di superiore e di trascendentale agli uomini, ma qualcosa che sta in loro, che è la sostanza stessa della loro vita.
Il nazismo (e il fascismo, suo corrotto e compromesso equivalente nostrano) fu uno scoppio di forze irrazionali, in un mondo troppo meccanizzato. Il suo motivo fondamentale fu la paura elementare, la paura dell’uomo, che è nell’uomo, la paura della libertà. Dopo un secolo di «progresso», una stanchezza mortale si impadronì degli uomini; e una guerra mondiale li mise, impreparati, a contatto col perduto, oscuro mondo del sangue e della morte. La libertà parve realmente ritrarsi dalla vita europea, imbarbarita o isterilita. Il concetto di popolo, che è
infinita differenziazione creativa, si mutò in quello di massa, che è primitiva indistinzione passiva. Lo Stato si fece Stato di massa, vale a dire rinnegò la propria esistenza; si fece totalitario, cioè si staccò dagli uomini, e non tollerò la persona umana.
Quando l’uomo è ridotto a massa bruta e amorfa, quando è spenta la libertà, non vi è posto per lo Stato. Esso perse ogni esistenza reale, e divenne un idolo mostruoso, il vitello d’oro a cui ci si rivolge adorando quando si è stanchi o ribelli alla legge e allo spirito.
Perché questo avvenisse, perché la persona diventasse massa e lo Stato idolo, era necessario spezzare l’unità dell’uomo, instaurare la schiavitù. Nessun idolo vive se non è nutrito di sacrifici, adatti alla sua particolare natura. A questo atroce idolo statale doveva essere sacrificato il popolo, nella sua vivente unità: il popolo doveva essere scisso, e una sua parte doveva essere recisa. Gli ebrei furono le vittime necessarie di questa bestiale divinità, dello Stato totalitario.
Perché proprio gli ebrei? Molte sono le cause della loro designazione: economiche, sociali, istintive e tradizionali, riunite in uno straordinariamente virulento complesso di inferiorità da parte dei persecutori nazisti. Ma il motivo essenziale è nella natura della religione nazista. Scomparso il valore della persona e il senso della libertà, ridotti gli uomini a un gregge di schiavi in preda a un primitivo terrore, nasce il mito del sangue. E l’antico legame della tribù, l’unica vita comune della massa non ancora umana. Perciò lo Stato totalitario doveva essere, necessariamente, Stato razziale: la distinzione da crearsi nel popolo, onde distruggerlo come tale, doveva essere una distinzione razziale: le vittime designate dovevano essere gli ebrei.
Vittime designate e simboliche del trionfo dell’idolo. Tutto il mondo irrazionale, sotterraneo, magico del nazismo è un mondo simbolico: Hitler comprese appieno la potenza reale dei simboli. Il sacrificio degli ebrei era sacrificio simbolico, era un rito. Perciò i nazisti se ne servirono come l’elemento essenziale della loro battaglia, lo attuarono con una ferocia incomprensibile agli spiriti razionali, lo chiesero come prima condizione di ogni alleanza a tutti i paesi attratti nella loro orbita, lo imposero come prima misura in tutti i paesi conquistati. Essi avevano fede nel potere dei simboli. sapevano che l’osservanza del rito crea la religione. Dove appariva l’antisemitismo, là sarebbe stata distrutta la libertà e l’unità del popolo, là non sarebbe esistito più lo Stato, là si farebbe instaurata la schiavitù, e avrebbe infine trionfato, rude rovine della vita, lo Stato totalitario nazista.
Queste considerazioni qui esposte sommariamente, e più ampiamente svolte in un libro in corso di stampa dal titolo Paura della libertà, potevano parere forse, qualche anno fa, eccessive o unilaterali: ora abbiamo tutti provato, fra le stragi e le rovine, il loro concreto significato.
In Germania, l’idolatria razzista non trovò argini nella tradizione di un popolo gregario e smisurato, e realizzò completamente e forse senza possibilità di ritorno, la sua distruzione. Da noi essa stentò a insediarsi, per l’opposizione naturale di un popolo di antica civiltà, e fu definitivamente imposta, insieme al passo dell’oca e altri riti statali, per segnare il decretato asservimento dell’Italia. Ora il fascismo è caduto, e la barbara costruzione nazista sta crollando, e Hitler forse oggi pensa con terrore alla vendetta del geloso Iddio del Vecchio Testamento, per cui il solo peccato è il peccato contro lo spirito, e lo spirito è l’uomo stesso nella sua unità. Qui, davvero non vi può essere distinzione di Giudeo e di Greco, come dice l’Apostolo.
La prova è stata troppo dura per essere dimenticata. I simboli contano, e noi ora sappiamo che dove appare il razzismo là prende forma l’idolatria statale
nazista, e viceversa. Un qualsiasi accenno alla distinzione razziale è un segno di pericolo, un campanello di allarme. E non dobbiamo essere sordi.
Noi stiamo oggi lavorando alla creazione del nuovo Stato, che deve essere Stato di libertà, dove ogni forza autonoma possa avere il suo sviluppo. Per questa nostra rivoluzione costruttiva è necessaria l’unità civile del popolo italiano.
L’affermazione di questa non scindibile unità, il rifiuto assoluto di ogni distinzione razziale sono una delle basi essenziali senza cui non può essere costruito il nuovo Stato. La carta istituzionale che metterà il sigillo giuridico alla rivoluzione dovrà affermare solennemente questa verità, che equivale, per il popolo italiano, ad affermare la volontà di essere libero.

(Carlo Levi) pubblicato non firmato in «La Nazione del popolo» 18-19 settembre 1944