L'orologio

“La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città, fra le sue cupole nere e i colli lontani, nell’ombra qua e là scintillante; e a tratti un rumore roco di sirene, come se il mare fosse vicino, e dal porto partissero navi per chissà quali orizzonti. E poi quel suono, insieme vago e selvatico, crudele ma non privo di una strana dolcezza, il ruggito dei leoni, nel deserto notturno delle case.” Questo è uno dei passi più poetici del secondo romanzo, L’Orologio, di Carlo Levi pubblicato nel 1950. Mentre nel Cristo si rivelava un mondo fuori del tempo e della storia, nell’Orologio si scopre un mondo nel quale tutti i tempi e tutte le storie sono contemporanei. Levi racconta la fine del governo resistenziale di Ferruccio Parri, l’inizio della crisi dei partiti liberale e azionista, l’avvento al potere di Alcide De Gasperi e della Democrazia cristiana, e soprattutto di Roma e dell’Italia di allora. Il libro appare come un contenitore in cui si mescolano le atmosfere, le sensazioni, l’entusiasmo dell’immediato dopoguerra con il contraddittorio e l’immobilismo della classe politica che ha una visione astratta dei problemi.