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1. La formazione

Nella presentazione della raccolta dei discorsi parlamentari di Carlo Levi, l’allora Presidente del Senato Marcello Pera citava Ferruccio Parri, che aveva a suo tempo rilevato la difficoltà di ridurre ad unità biografica il complesso percorso esistenziale di Levi, e osservava che l’elemento unificante di esperienze così varie nella pittura, nella letteratura, nel giornalismo, nella critica militante e nell’impegno politico andava ricercato nella passione che lo animava. Come osservava Pera: “[…] L’impegno unito all’afflato lo portano in spazi più ampi. Cura i bambini di malaria perché è medico. Dipinge ritratti e paesaggi di evidente bellezza perché è pittore. Scrive parole dense e profonde sull’Uomo, sulla Storia, su di sé e su di noi, perché è scrittore. E anche quando Carlo Levi è politico si avverte spesso l’artista, capace di tratteggiare quando interviene dagli scranni, così come è capace di raccontare quando dipinge.” (Levi, 2003, p. 11). In questo percorso umano così eclettico – che ha certo molte radici, dall’aspirazione a una sapienza universale che appartiene alla tradizione della cultura ebraica, con la quale Levi si confrontò sempre pur senza ostentazione, fino a una singolarissima personalità che univa una salda fiducia nei propri mezzi espressivi e perfino nella propria superiorità intellettuale a una rara empatia con uomini, donne, bambini e perfino animali” – egli stesso, peraltro, si considerò sempre in primo luogo un pittore, vedendo nell’arte figurativa la sua “professione” e nelle sue altre esperienze, anche creative, essenzialmente una manifestazione in un certo senso terenziana della propria partecipazione a ogni aspetto dell’esistenza umana.

Levi nacque, secondo di quattro tra femmine e maschi, il 29 novembre del 1902 da Ercole e Annetta Treves, entrambi appartenenti a famiglie del ceto medio ebraico torinese, colte ma non ricche, anche se Ercole si era poi costruito una posizione molto agiata grazie alla sua attività di importazione di stoffe inglesi. Tra i fratelli di Annetta vi era Claudio Treves, uno dei fondatori e dei leader più eminenti del socialismo italiano. Come racconta Riccardo Levi, fratello di Carlo, quando questi nacque Treves mandò una cartolina d’auguri raffigurante Giuseppe Mazzini, che da ragazzo Carlo tenne sempre sopra il suo letto: “Mio fratello” scriveva Riccardo “non ebbe mai troppa simpatia politica per Mazzini ma rispettò di fatto l’augurio di impegno politico e civile che quella cartolina indicava” (De Donato e D’Amaro 2005, p. 23). Come allora non era infrequente per i ragazzi dotati, Levi fece un percorso scolastico quanto mai rapido, iscrivendosi alla facoltà di medicina a soli sedici anni. Gli anni trascorsi al liceo Alfieri di Torino furono comunque centrali nella sua formazione artistica, grazie alla frequentazione di una cerchia di giovani, anche più grandi di lui, dagli spiccati interessi culturali, che contribuì a spingerlo a cimentarsi con la pittura a partire dal 1915. Nel 1918 conobbe Pietro Gobetti, iniziando collaborare con lui prima sulle pagine diEnergie Nove e, dal 1922 , su quelle del La rivoluzione liberale. L’incontro con Gobetti costituisce uno snodo fondamentale nel percorso di formazione del giovane Levi non solo dal punto di vista politico, ma anche sotto il profilo artistico, dal momento che Gobetti lo presentò a Felice Casorati. Di venti anni maggiore di Levi, Casorati era già un pittore piuttosto noto (aveva già esposto alle biennali veneziane del 1909 e del 1910, e successivamente si era avvicinato alla lezione della Secessione viennese, che aveva contribuito a far conoscere in Italia attraverso la rivista Via Lattea pubblicata a Verona nel 1914) quando si era trasferito a Torino con la famiglia dopo la guerra. “[…] Il suo arrivo”, come scrisse Levi alla morte di Casorati nel 1963 “era stato […] come la caduta di un masso in uno stagno, e aveva modificato d’un tratto […] la vita culturale della città” (Levi 2001, p. 95). Levi diventò dunque allievo della scuola di pittura di Casorati, che gli fu maestro di quella rigorosa costruttività e saldezza formale che sarà il segno intorno al quale evolverà l’esperienza artistica di Levi il quale, pur affrancandosi ben presto dal ruolo di allievo, mantenne sempre vivo un rapporto di salda amicizia col maestro, nonostante la differenza di età e l’improvviso allontanamento di Casorati da qualsiasi coinvolgimento in attività politiche, dopo lo shockdell’arresto da lui subito nel 1923 a causa della collaborazione con la casa editrice di Gobetti.

2. Pittura e politica

Alla metà degli anni ’20 il giovane Levi sembra incerto fra la carriera artistica e quella scientifica. Laureatosi a pieni voti nel 1924, diventa assistente del professor Micheli presso la cattedra di clinica medica, pubblicando studi sperimentali di internistica di notevole pregio, e nell’ambito del perfezionamento dei suoi studi medici si reca a Parigi per il primo di vari soggiorni che ebbero un ruolo essenziale nella sua maturazione artistica, e nell’aprire una finestra europea a quello che cominciava ad essere un pittore con un proprio ruolo nello scenario artistico italiano. In quello stesso anno infatti debutta alla biennale di Venezia esponendo tre dipinti (Arcadia, Il fratello e la sorella, La madre e Lelle bambina). In questo periodo Levi consolida il proprio impegno politico-culturale, collaborando alla Rivoluzione liberale fino alla sua chiusura nel 1925, e ancora alla rivista culturale di Gobetti, Il Baretti, fino alla chiusura nel 1928. Nel 1927 Levi decide di dedicarsi interamente alla pittura, abbandonando la carriera medica, e si reca a Parigi dove, anche grazie ai contatti col mondo artistico francese della sua fidanzata di allora, la lettone Vitia Gourevitch, comincia a guadagnare una crescente notorietà. Tra il 1928 e il 1932 alterna i soggiorni parigini con una crescente influenza nella vita artistica italiana e soprattutto torinese dove partecipa al cosiddetto “Gruppo dei Sei” (oltre a Levi, Jessie Boswell, l’unica donna, Chessa, Galante, Menzio e Paulucci), impegnati nella ricerca di un linguaggio moderno che mantenesse un rapporto dialettico con la pittura italiana dell’800, in una polemica col futurismo che aveva una chiara connotazione politica; come scrisse Levi nell’introduzione al catalogo della mostra torinese sui Sei del 1965: “[…] l’origine vera del Gruppo [era] nella ricerca di un linguaggio pittorico di libertà, a noi adatta e vissuta, reale; in opposizione contro i falsi miti novecenteschi, gli arcaismi, i populismi totalitari, le mistificazioni moderne della retorica e dell’accademia e dell’attivismo e vitalismo futurista” (Levi 2001, p. 101). In realtà la ricerca artistica di Levi è speculare a un crescente impegno antifascista, con l’adesione al movimento clandestino “Giustizia e libertà” di Carlo Rosselli, fin dalla sua costituzione nel 1929, adesione cui egli da’ contenuto collaborando alla rivista edita in Francia, fornendo la sua opera di disegnatore, coordinando le attività del gruppo torinese che – dopo i processi del 1930-31 che avevano decapitato i gruppi milanese e romano con le condanne di Rossi, Bauer, Fancello, Traquandi e altri – era diventato la principale realtà italiana del Movimento. È interessante notare che l’estraneità dei giovani borghesi di GL agli ambienti considerati dall’OVRA come i più tipici dell’attività antifascista torinese (la classe operaia, i vecchi militanti del Partito comunista e dei Partiti aventiniani) contribuì per lungo tempo alla completa ignoranza da parte della polizia circa l’identità degli aderenti. Sotto questo aspetto Levi – giunto all’età adulta sotto il Regime, laureato, di famiglia benestante, artista di crescente fama anche a livello internazionale, che espone a Parigi e Londra e fa anche le sue prime prove nel cinema come scenografo e sceneggiatore – rappresenta un esempio tipico di un ambiente che, al di là di frequentazioni e passioni giovanili, si riteneva naturalmente “normalizzato”, e capace tutt’al più di un dissenso meramente culturale e “privato”.

3. Prigione e confino

Questa situazione si modifica bruscamente nel febbraio del 1934, quando la polizia di frontiera arresta a Ponte Tresa, mentre tentano di introdurre in Italia stampa clandestina, due giovani militanti torinesi di GL, Sion Segre Amar e Mario Levi; quest’ultimo, che riesce a sfuggire alla cattura e a riattraversare il confine, è fratello, oltre che della futura scrittrice Natalia Ginzburg, anche di Paola, moglie di Adriano Olivetti e notoriamente amante di Carlo Levi (dal quale avrà nel 1937 una bambina, Anna). La polizia arresta quindi, insieme ad altre persone dello stesso ambiente, anche Levi, che viene imprigionato nelle Carceri Nuove di Torino; il prudente e disinvolto artista però, che è riuscito a nascondere in luogo sicuro qualsiasi materiale compromettente, non cede ai pressanti interrogatori, sostenendo che le sue relazioni con gli arrestati hanno carattere meramente amicale e culturale. Viene quindi rilasciato, ma l’OVRA continua a indagare sul movimento infiltrandolo con un suo informatore, il popolare scrittore Pitigrilli, al secolo Dino Segre, cugino di Sion Segre Amar; l’infiltrato indirizza di nuovo l’attenzione degli inquirenti su Levi, che viene arrestato nel maggio 1935. Egli però – per motivi che testimoniano la superiore chiaroveggenza dell’artista rispetto ai meri attivisti politici – ha sempre diffidato di Pitigrilli, ed ha avuto cura di non aprirsi in alcun modo con lui: una volta di più, dopo due mesi di interrogatori prima alle Carceri Nuove, e poi a Roma, a Regina Coeli, non emergono elementi che giustifichino il deferimento al tribunale speciale (che condanna invece a pesanti pene detentive Segre Amar, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Michele Giua e il pur “pentito” Massimo Mila); tuttavia Levi è proposto per la misura di prevenzione come sospetto antifascista, e ad agosto viene inviato al confino a Grassano, in provincia di Matera. Dopo appena un mese però la Questura raccomanda il suo trasferimento in una località più isolata, apparendo difficile tenere sotto controllo l’esuberante pittore, che in poche settimane ha ricevuto la visita di Paola Olivetti e ha avuto modo di mettersi in contatto con Vitia Gourevitch, da tempo sposata in Lettonia (tutta la complessa vita sentimentale di Levi è caratterizzata da relazioni che, se si eccettua il breve periodo dell’esilio francese con Paola e Anna, non sfoceranno mai in una vita famigliare – quali quella ventennale con Linuccia, figlia del poeta Umberto Saba e moglie del pittore Lionello Giorni, o quella con Luisa Orioli – e che non si interromperanno mai veramente nemmeno dopo la fine dell’intimità, trasformandosi in profondi rapporti affettivi e intellettuali); Levi viene perciò inviato ad Aliano. Il confino, come è noto, rappresenta una vera svolta nella vita dell’artista. L’empatico e generoso Levi scopre nella vita contadina lucana un mondo alternativo a quello della modernità e della razionalità da cui proviene, nel quale sa penetrare con curiosità e rispetto (un esito tutt’altro che scontato se si pensa, ad esempio, al drammatico senso di estraneità con cui Cesare Pavese visse il confino a Brancaleone); ne nasce un’esperienza centrale nel suo percorso umano sotto ogni profilo: filosofico, perché trasforma e completa il peculiare umanesimo che costituisce la sua chiave di lettura dell’esistenza; politico, perché precisa e definisce la sua visione della democrazia, derivata dall’insegnamento di Gaetano Salvemini, incentrata sull’autonomia delle comunità elementari; artistico, perché questa esperienza, mentre darà inizio, con Cristo si è fermato a Eboli, alla sua carriera di scrittore, indirizzerà il suo percorso pittorico degli anni successivi.

4. Dall’esilio alla Liberazione

Liberato a seguito del condono concesso a numerosi confinati in occasione della proclamazione dell’Impero, rientra a Torino, dove riprende la sua attività artistica cimentandosi non solo nella pittura (nel biennio successivo al suo rilascio presenta numerose “personali” a Milano, Roma e Genova, e suoi dipinti sono esposti nel dicembre del 1937 all’Anthology of Contemporary italian painting di New York) ma anche nella poesia e nella scenografia cinematografica. Per quanto sia costretto a muoversi con estrema prudenza, il confino non ha certo spento la sua passione politica: nell’estate del 1937 dipinge un Autoritratto con camicia insanguinatache sembra alludere all’assassinio dei fratelli Rosselli, avvenuto il 10 giugno di quell’anno, e a partire dall’anno successivo riesce a far arrivare clandestinamente in Francia articoli pubblicati su Giustizia e Libertà. Dal settembre 1938 però la posizione di Levi si complica a causa dell’avvio della politica razziale, che impedisce di fatto agli artisti ebrei di esporre o pubblicare col proprio nome. Nel giugno 1939 si trasferisce a Parigi, e di qui a La Baule in Normandia, dove scrive il saggio Paura della Libertà. Dopo l’invasione tedesca della Francia, Levi ritiene prudente abbandonare la “Zona occupata” e si trasferisce a Marsiglia. Peraltro nemmeno la Francia di Vichy può essere considerata un posto sicuro; Levi riesce a ottenere un visto americano, ma all’ultimo momento decide di non partire per gli USA, e nel 1941 rientra in Italia, stabilendosi prima a Milano, dove entra in contatto con Ugo La Malfa partecipando alla fondazione del Partito d’Azione, quindi a Firenze, dove si guadagna da vivere essenzialmente come ritrattista. Sospettato di attività antifascista, viene arrestato nell’aprile del 1943 e rinchiuso al carcere delle Murate, da dove è liberato con la caduta di Mussolini. Dopo l’8 settembre entra in clandestinità; nonostante i pericoli, i disagi e l’impegno nella Resistenza non interrompe l’attività creativa, terminando fra l’altro la stesura del Cristo. Dopo la liberazione di Firenze, entra per il Pd’A nel CLN della Toscana, assumendo la direzione de La nazione del popolo, organo del CLN regionale. Nel giugno del 1945 si trasferisce a Roma per assumere la direzione de L’Italia libera, organo del Partito d’azione. Si apre così un anno di esperienze quanto mai intense. In questo periodo, mentre Einaudi pubblica Cristo si è fermato a Eboli con un immediato e travolgente successo anche all’estero, e soprattutto negli USA, si consuma rapidamente l’esperienza del Pd’A, entrato in crisi dopo la caduta del Governo Parri (episodio centrale dell’Orologio) e la crescente inconciliabilità delle diverse culture che lo avevano animato: in polemica con la maggioranza riunita intorno a Lussu, che tende a farne una sorta di partito socialista alternativo, si staccano prima il gruppo di Mario Paggi che aderisce ai liberali, poi quello di Parri e LaMalfa, i quali fondano la Concentrazione Democratica Repubblicana che, portati i due leader alla Costituente, confluisce nel PRI. Levi però muove agli azionisti una critica di segno diverso, accusandoli di un’insufficiente attenzione verso le questioni meridionale e contadina, dalla cui comprensione, a suo avviso, dipende la possibilità di realizzare in Italia una vera rivoluzione democratica. Aderisce così ad Alleanza Repubblicana, un gruppo fondato dagli azionisti meridionalisti Dorso, Rossi Doria e Fiore, con cui si candida all’Assemblea costituente. AR però non raggiunge il quorum e non elegge deputati.

5. “Un torinese del Sud”

Lo straordinario successo di Cristo si è fermato a Eboli – che si manifesta, fra l’altro, con una vera e propria “scoperta” della Basilicata, ispirando una serie di spedizioni di studio, dai viaggi etnografici dell’antropologo Ernesto de Martino alle relazioni sul campo di sociologi americani quali Friedman, Pitkin e Banfield – conferisce a Levi una posizione centrale in quel rinnovamento della vita culturale nazionale che si manifesta nel dopoguerra e che, grazie in primo luogo al cinema, assume ben presto una dimensione internazionale. All’immagine di Levi fuori dell’Italia contribuisce in maniera determinante il viaggio che compie insieme a Parri nel 1947 negli USA, organizzato da una associazione culturale italoamericana per far conoscere al pubblico americano le condizioni e i bisogni della nuova Italia repubblicana. Il viaggio diventa una straordinaria occasione di promozione culturale, grazie soprattutto all’abile opera di Max Ascoli che introduce Levi nell’ambiente intellettuale d’oltreoceano, procurandogli una collaborazione con Life che, seguita da quella con La Stampa e altri giornali italiani, darà vita a una delle più caratteristiche attività di Levi negli anni ’50, quella di moderno “GrandTourist”, narratore e interprete di un mondo che, tra guerra fredda, decolonizzazione e nuovi media, comincia a rivelare al lettore medio italiano un volto assai diverso da quello consolidato dalla tradizionale letteratura di viaggio ed esotista. Nel contesto di questa attività – che darà vita ad acutissimi reportage, alcuni dei quali si trasformeranno in opere di maggior respiro, comeLa doppia notte dei tigli sulla Germania divisa e Il futuro ha un cuore antico sulla società sovietica – si distinguono i viaggi nell’Italia del Sud, dai quali nascono opere come Le parole sono pietre e Tutto il miele è finito, e nei quali il punto di vista dell’osservatore diventa anche quello di un soggetto attivo. Levi infatti in questi anni è ormai una figura chiave del meridionalismo militante, animatore del movimento di opinione pubblica contro la persecuzione amministrativa e giudiziaria di Danilo Dolci in Sicilia,mentore di tutta una nuova generazione di intellettuali meridionalisti specialmente lucani, si pensi a Giovannino Russo e soprattutto a Rocco Scotellaro; con il giovane poeta – che, come Dolci, vedrà Levi schierato al suo fianco durante le tormentose vicende giudiziarie con le quali si tenterà di contrastare il suo impegno riformatore – farà nel dicembre del 1952 un viaggio in Calabria dal quale nasceranno alcuni dei suoi quadri più famosi come La porta del Sud, Melissa, Antonio e il porco, Il piccolo assegnatario, Nonna e nipote. Il quindicennio postbellico è infatti, più in generale, quello in cui vengono dipinte la maggior parte delle opere di “realismo sociale”, che in Levi tende però sempre ad essere sfumato dal senso del magico, e di soggetto “contadino” della pittura leviana, che culmineranno prima nel Lamento per Rocco Scotellaro, dipinto dopo la morte del poeta, e infine nel grande telero realizzato per il padiglione della Basilicata all’expo dei Torino per il centenario dell’Unità nazionale. Sarebbe un errore tuttavia dimenticare che la ricerca artistica di Levi anche in questa fase si confronta con numerose modalità espressive: la serie dei quadri di soggetto mitologico (Demetra e Persefone, Teseo e Arianna, Narciso), il pluridecennale esercizio, in litografia e in scultura, col tema degli amanti, che culmina nella famosa personale alla Galleria “Il Pincio” di Roma nel 1955, e soprattutto la ritrattistica, che è stata una presenza costante nell’opera di Levi e che in questi anni vede posare per lui, fra tantissimi altri, Italo Calvino per ben dieci ritratti, Anna Magnani, Ernesto Rossi, Giuseppe Di Vittorio, Giorgio Amendola, Ilja Ehrenburg, Frank Lloyd Wright, David Siqueiros, Pablo Neruda. Proprio il poeta cileno – accanto ai ricordi di tanti modelli che hanno parlato delle curiose sedute di posa di Levi, che non richiede l’immobilità al modello e per tutto il tempo chiacchiera e scherza con lui – ha lasciato una testimonianza che allude al fascino un po’ misterioso che la personalità del pittore ha sempre esercitato su chi lo ha conosciuto: “Mentre mi ritraeva nell’antico studio, il crepuscolo romano scendeva lentamente. […] Sprofondai nell’oscurità, ma egli continuava a dipingermi. Il silenzio finì per divorarmi, però egli seguitava forse a dipingere il mio scheletro. Perché i casi erano due: o le mie ossa erano fosforescenti, o Carlo Levi era un gufo, aveva gli occhi scrutatori dell’uccello della notte.” (De Donato e D’Amaro 2005, p 201).

 

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6. Levi in Senato

L’impegno meridionalista di Levi – che nella sua visione politica rappresenta una chiave di lettura di un rinnovamento democratico dell’intera società italiana – cerca in questi anni con difficoltà di trovare una sponda politica. Negli anni immediatamente successivi alla nascita della Repubblica collabora, anche con una serie di disegni satirici, con il giornale L’Italia socialista di Aldo Garosci, attorno al quale si riunivano quegli azionisti che, dopo la confluenza del partito nel PSIUP, non avevano condiviso la scelta frontista. Nel periodo convulso che seguì la scissione di palazzo Barberini, il gruppo fu vicino all’Unione dei socialisti di Lombardo e Calamandrei, che proponeva una posizione alternativa tanto al frontismo del rinato PSI quanto alla partecipazione alla coalizione centrista propugnata dal PSLI di Saragat, col quale peraltro presentò liste comuni alle elezioni del 18 aprile 1948 (“Unità socialista”). Dopo il trionfo della coalizione centrista però la posizione di Levi si precisa nel senso della sua contrapposizione a una maggioranza politica che egli considera espressione di un blocco sociale conservatore e culturalmente miope (risale alla pubblicazione dell’Orologio la sua nota metafora sulla magna divisio della società italiana in “contadini” – i ceti produttivi e gli intellettuali – e, dal nome del podestà di Aliano, i “Luigini”, un blocco sociale che riunisce ceti parassitari collocati a livelli diversi della piramide socioeconomica). Nel corso degli anni cinquanta dunque Levi si avvicina sempre di più alla sinistra di opposizione, anche perché la sua esperienza internazionale di quel periodo lo porta ad avvicinarsi a posizioni terzaforziste e a propugnare una politica di distensione e di apertura dell’occidente al dialogo con il blocco sovietico e con le nuove realtà (la Cina popolare, il movimento dei Non Allineati) che si affacciano sulla scena internazionale. Nel 1958 accetta una candidatura al Senato in Sicilia, come indipendente nelle liste del PSI, ma non è eletto. Negli anni successivi, avvicinandosi il PSI all’area di governo, Levi comincia a guardare al Partito comunista che fin dal 1953, nella prospettiva di porsi come perno di una coalizione alternativa a quelle incentrate sulla DC, offre “ospitalità” nelle proprie liste a personaggi di vari orientamenti politico-culturali che di tali alleanze dovrebbero essere i catalizzatori, determinando la nascita dei Gruppi parlamentari della Sinistra Indipendente. Nel 1963 Levi è dunque eletto al Senato nel collegio di Civitavecchia. Levi resta in Senato per due legislature, come componente della Commissione Istruzione pubblica e belle arti. Il suo ruolo, a differenza di altri artisti e in generale di esponenti della cosiddetta “società civile” eletti in Parlamento, non sarà mai quello di un mero “tecnico”, che prende la parola esclusivamente su questioni che attengono alla propria specifica esperienza di vita. Senza mai dimenticare la sua dimensione di artista e la prospettiva particolare che essa conferisce alla sua analisi della realtà, il senatore Levi è un parlamentare e un politico a tutto tondo, del quale restano ad esempio memorabili interventi nei dibattiti sulla fiducia ai Governi di quegli anni – da quello sul primo Governo Moro nel quale, alla critica per quello che gli sembra il difetto genetico di un governo che nasce su basi politiche insufficienti a consentire un vero rinnovamento dei rapporti sociali, si unisce l’interesse per il programma politico e l’affetto per tanti componenti della compagine che hanno condiviso momenti importanti della sua vita, a quelli, sempre più sfiduciati verso le successive riedizioni di un centro-sinistra che lui vede ridursi da “forma” a “formula” (Levi 2003, p.96) ovvero nelle sue analisi di questioni come la difesa della libertà di coscienza e di espressione, la tutela del paesaggio, le relazioni internazionali, i nuovi movimenti giovanili e molte altre. Provato da problemi di salute Levi, che nel 1968 era stato rieletto nel collegio di Velletri, non si ripresenta alle elezioni del 1972. Negli ultimi anni, nonostante le condizioni sempre più precarie, ivi compresi un periodo di cecità che fa da sfondo alla sua ultima opera letteraria, il Quaderno a cancelli, continuerà a lavorare, realizzando in particolare nel 1974 insieme a Cagli e a Guttuso, autori delle prime due, l’ultima opera (La Liberazione) del gruppo celebrativo del trentennale delle Fosse ardeatine. Muore il 4 gennaio 1975.

 

fonte: www.senato.it